The Floating Piers – ricordi di un’esperienza irripetibile

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Spero davvero che tutti voi abbiate avuto la possibilità di visitare The Floating Piers, la spettacolare istallazione dell’artista bulgaro Christo (quello che una volta ha impacchettato il Reichstag a Berlino, tra le altre cose…) che per 2 settimane a Giugno ha cambiato la geografia del Lago d’Iseo da Sulzano a Montisola.

Una grossa passerella galleggiante rivestita di un tessuto ondulato colore del sole, cangiante al riflesso della luce e dell’acqua. Una breve traversata dal paesino di Sulzano fino a Montisola, e poi una passeggiata fino a girare attorno alla piccola isola di San Paolo (occasione più unica che rara visto che l’isola è privata per cui solitamente non raggiungibile).

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Su questo evento se ne sono sentite di tutti i colori: è bello, è brutto, è una genialata, non è arte, è una schifezza, è uno spreco di denaro, è una grossa opportunità… Ognuno ha detto la sua, e forse non sempre con cognizione di causa.
Io non sono un’esperta critica d’arte (mi emoziona sempre, ma la mia conoscenza si limita all’arte studiata sui libri di scuola), né mi interesso di economia su larga scala (ho già il mio bell’impegno quando devo dare un resto più complicato del solito)… Io capisco al massimo la differenza tra ciò che è bello e ciò che non lo è, tra ciò che mi piace e ciò che proprio no. E questo ponte galleggiante a me è piaciuto, tutto qui. Mi ha reso felice l’esserci stata, aver camminato su questo strano supporto dondolante colore del sole, essermi lasciata cullare dalle onde che passavano leggere sotto il pontile.

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Io ci sono stata al mattino presto, quando il sole appena iniziava a spuntare da dietro le montagne scaldando pian piano l’aria lacustre e giocando a colorare il paesaggio un raggio alla volta. Ho scattato tante fotografie, e mi sono stupita ogni volta di come i colori cambiassero da scatto a scatto: a volte il giallo era freddo e lucente, altre volte sfiorava i toni dell’arancione caldo, altre ancora sembrava di camminare su una lastra dorata. E così il lago e il cielo: azzurro intenso, verde smeraldo, grigio e cupo. In mezzo la costante sensazione di instabilità data dall’ondeggiare continuo di questa strana passerella.

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Porterò nel cuore il ricordo di questa esperienza per lungo tempo, e pensare a questa striscia gialla in mezzo al lago mi metterà allegria. Passando in macchina lungo la tangenziale sopraelevata che costeggia il lago penserò a come una volta ci ho camminato in mezzo, anche se il lago mi fa un po’ paura e non ci puccerei nemmeno mezzo piede. E forse così farà quel cigno un po’ incredulo che per qualche tempo aveva visto cambiare il paesaggio, trovando un comodo punto di riposo in mezzo alle acque del lago.

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Se anche voi siete fan di Steller, potete sfogliare anche lì il mio breve racconto su The Floating Piers.

Inoltre, se siete interessati al lavoro di Christo, potete dare un’occhiata alla pagina su Artsy dedicata alle opere passate dell’artista.
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Quando le cose cambiano

Mamma mia ragazzi, non scrivo da una vita. Magari qualcuno mi ha dato per dispersa e ha mandato una squadra di ricerche, per poi scoprire che in effetti non ero io ad essermi smarrita, ma l’equilibrio all’interno della mia vita.
Anzi vi dirò, mi sono resa conto che smettere di venire qui e scrivere è stato uno dei segnali che nella mia vita c’era qualcosa che non funzionava. Ma andiamo con ordine.
Tutto è iniziato ormai quasi un annetto fa, non stavo benissimo con me stessa e cercando le cause del mio malessere ho iniziato ad ascoltare una vocina dentro di me (che mi sono poi resa conto essere lì da ben più tempo): quella vocina mi diceva di guardarmi attorno e accorgermi di quanto fossi fuori posto, un’estranea a casa mia. Non ho mai abitato volentieri nella città in cui ho invece vissuto per quasi 15 anni, mi sono sempre sentita come di passaggio, consapevole che non sarebbe stato per sempre. E il tempo ha iniziato a scadere, e il mio già debole legame con questa città si è assottigliato a tal punto da spezzarsi, lasciando nient’altro che una casa dove non mi sentivo più a casa e un forte senso di solitudine. Non voglio suonare patetica e fare quella che si piange addosso (perché di lacrime credetemi ne ho giá versate a sufficienza), ma sono stati mesi difficili in cui ho dovuto imparare ad accettare e ascoltare quello che la mia mente e il mio cuore mi stavano gridando: prepara le valigie Betty, ce ne andiamo di qui.

E così lascio questa città, e con essa lascio il mio lavoro, un lavoro che per molto tempo ho amato alla follia ma a cui non posso più dare me stessa perchè vorrebbe dire rimanere legata a ciò da cui voglio andarmene. È un “non sei tu, sono io”, come nelle migliori storie d’amore che finiscono perchè ci si è amati troppo e poi ad un certo punto uno dei due non sa più amare come prima.

Sono più che consapevole che in un momento come questo quello che sto facendo è un passo stupido, ma è con ogni probabilità la decisione più coraggiosa che io abbia mai preso, forse la prima con cui dimostro a me stessa di volermi bene. Le conseguenze sono tante: devo vendere una casa, trovarne un’altra non so ancora dove, decidere cosa fare della mia vita, trovare un nuovo lavoro… insomma tutte cose terribili, da bollino rosso in autostrada durante l’esodo di ferragosto, da massima allerta meteo, da stato di calamità naturale… ma sono pronta, è ora o mai più.

Tutti mi chiedono con insistenza cosa farò (dai ammettetelo, questa domanda ce l’avevate pronta anche voi) e la risposta è: non lo so. Ho tante idee, confuse per lo più, e sto iniziando solo ora a cercare di capire da che parte (ri)cominciare. Intanto però sul breve periodo una certezza ce l’ho: domani me ne vado a Parigi per una decina di giorni – mi faceva piacere resettare tutto partendo da una città dove non sono mai stata, da una città a cui non è legato ancora nessun ricordo (sono appena stata a Londra per qualche giorno ed è stato un magone dietro l’altro…) e non vedo l’ora di farmi ispirare dall’atmosfera parigina. Anzi già che sono qui a raccontarvi come vanno le cose ne approfitto per chiedervi qualche consiglio: se avete un luogo del cuore in questa città, o pensate che proprio non possa perdermi questa o quella cosa, se conoscete qualcuno con cui dovrei assolutamente prendere un caffè e fare quattro chiacchiere, lasciatemi un commento o scrivetemi un’email a bettycominotti[at]gmail[dot]com – al solo pensiero del vostro aiuto mi sento già una persona più felice.

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Una famiglia di gattini senza padrone

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In famiglia siamo sempre stati tipi da cani. In montagna è più facile averne uno: c’è un sacco di spazio dove un cane può stare senza essere costretto ad una vita triste rinchiuso dentro le 4 mura di un appartamento. Avevamo costruito una cuccia in un ampio pianerottolo aperto direttamente sul fianco della montagna, vicino al orto, al pollaio e al bosco dietro di essi. Ogni cane che abbiamo avuto era libero di passeggiare in giro come più gli pareva (beh. tutti meno la piccola Lilli, che soffriva di vertiggini per cui aveva un raggio di manovra più limitato).
Poi c’era sempre la questione dell’allergia di mia mamma al pelo del gatto per cui nella scelta dell’animale domestico la partita è sempre stata cane 1 – gatto 0.

Da quando abito in città l’idea di avere di nuovo un animale domestico è sempre stata fuori discussione: non solo la mia vita è troppo poco costante per potermi assumere un impegno di questo tipo (cosa succederebbe nelle lunghe trasferte all’estero ad esempio?) ma mi farebbe davvero soffrire il pensiero di non poter dare alla creatura di turno tutta la libertà di cui ha diritto.
Per cui niente cucciolo di casa (ovviamente se escludiamo Isotta, la mia piccola volpe di panno).
Poi però un paio di anni mi sono trasferita nella casa dove abito tuttora (davanti ha un cortile molto grande, non lontano il naviglio e una grande area verde) e qui la situazione è leggermente cambiata. C’era una vecchia gatta che gironzolava nel quartiere che diede alla luce 3 gattini: uno tutto nero, uno rosso e furbo, uno che sembrava caduto nella fuliggine. Gli abitanti del quartiere li hanno nutriti per un po, poi sono cresciuti e non si sono più visti. Dopo circa un anno il gattino nero (una gattina a dire il vero, ormai cresciuta) è tornata in zona portando con sé una nuova tornata di piccole palle di pelo. Non so se siano tutti suoi o se nel frattempo si è sparsa la voce nel regno felino, ma stavolta i gattini sono 7: 4 neri come la pece, uno nero con un piccolo musetto bianco, 1 rosso ma timido e guardingo e 1 striato di grigio. Si aggirano per il cortile e guardano con stupore quello che succede. Mi fanno tenerezza, e così fuori dalla porta ho messo una piccola ciotola a forma di cuore per dar loro da mangiare – un po’ di latte all’inizio, poi qualche avanzo tenuto da parte, una mangiata di crocchini comprati al supermercato di tanto in tanto.
So che i gatti difficilmente si affezionano alle persone (meno dei cani), ma mi riempie di gioia vederli lì ogni sera al rientro dal lavoro ad aspettare la loro porzioncina di cibo – è come se avessero l’orologio, sanno i miei orari alla precisione.

Così ora mi prendo cura di questi gattini (per una parte ovviamente, nel quartiere non sono l’unica) e anche se non è come avere un animaletto mio, hanno saputo circondare di calore e di allegria il mio silenzioso angolo in città.

E voi invece? Avete un animale domestico? Mi piacerebbe sentire le vostre storie a 4 zampe!

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The Maria Fuga Cooking Club

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Negli ultimi mesi sono stata impegnata in un progetto davvero stimolante (sebbene incredibilmente faticoso): ho cucinato/testato/fotografato le ricette (52 per la precisione) raccolte dai membri del “Maria Fuga Cooking Club” e che sono ora confluite nell’omonimo libro. Quello che era nato qualche anno fa come semplice scambio di ricette, è diventato oggi un esperimento di democrazia fluida e di “protesta” intelligente con la creazione del The MF Project: in pratica con un contributo minimo di 10 euro si riceve una copia del libro, e al tempo stesso si può “adottare” una scuola a propria scelta di Pavia e Provincia (il progetto ha per ora base territoriale). I contributi dei donatori saranno messi a totale disposizione delle scuole scelte che potranno così finanziare qualsiasi progetto di potenziamento delle lingue straniere che altrimenti non riuscirebbe magari ad attuare. Tutto il processo di raccolta fondi è totalmente trasparente e tracciabile sul sito del progetto. E’ un modo concreto per dimostrare che le cose possono essere fatte e cambiate anche partendo dal basso, anche se ognuno per le proprie forze. Come tante singole ricette possono formare un intero libro, così tanti piccoli contributi messi insieme possono fare la differenza.

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Per me è stato un onore prendere parte attivamente a questo progetto, e vorrei anzi ringraziare il Maria Fuga Cooking Club e l’associazione Il Mondo di Tels per avermene dato la possibilità.

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Lontano lassù

Il mio amico Giac è un talentuoso aspirante film maker. La video camera è il prolungamento dei suoi occhi, i programmi di video editing la trasformazione pratica delle sue idee visive. I suoi lavori sono tanto freschi quanto profondi, piacevoli da vedere e sempre curati nel dettaglio.

Il suo ultimo lavoro è insolito e spettacolare al tempo stesso. Narra la leggenda che mentre perdeva un aereo perché bloccato in coda in tangenziale, Giac abbia avuto l’illuminazione “sulla via di Damasco” che l’ha poi portato alla realizzazione di Further Up Yonder (non è vero, è un’idea molto più complessa, ma a me piace prenderlo un po’ in giro e raccontarla così).
Il video è un timelapse di immagini scattate dalla Stazione Spaziale Internazionale (la NASA mette a disposizione sul proprio sito numerosissime risorse audio-video) rielaborate per raccontare una storia. Quella di un sogno in cui superare i confini dello spazio possa voler dire superare anche quelli sul nostro pianeta. Un messaggio forte e bellissimo, un’idea resa magistralmente in un mix di immagini mozzafiato (le aurore boreali, le città illuminate?! parliamone…), musica a tema e parole ricche di emozioni e significato.
Non perdetevelo, davvero. E seguite Giacomo Sardelli su Vimeo e sul suo blog Making Movies.
Bravo Giac.

On this night we would like to share with all our good fortune on this space adventure our wonder and excitement as we gaze on the Earth’s splendor and our strong sense that the human spirit to do, to explore, to discover has no limit

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Cosa vuol dire voler bene

Oggi ho visto succedere una cosa che mi ha fatto pensare a quello che comporta il voler bene…
Avete presente la formula che usano gli sposi durante la promessa di matrimonio?! Recita più o meno così: “in ricchezza e in povertà, in salute e in malattia, nella buona e nella cattiva sorte”.. Ebbene, sono sempre più convinta di una cosa: queste parole non dovrebbero essere privilegio esclusivo di due persone che stanno per sposarsi, ma dovrebbero costituire il fondamento di ogni relazione..è una promessa che dovrebbere essere base scontata del rapporto tra un genitore e un figlio, tra un uomo e una donna, tra due persone che si dichiarano amiche.
Trovo infatti che spesso le relazioni [di qualsiasi tipo possano essere] siano molto superficiali e costruite su un’illusione di ottimismo, ma nella realtà presto o tardi le persone si trovano ad affrontare problemi più o meno grandi, ed è in questi momenti che ci si rende conto della solidità dei rapporti con chi ci sta attorno [aggiungerei purtroppo, o per fortuna]. Perché è molto facile affermare di voler bene ad una persona quando tutto va per il verso giusto, tutti ne sono perfettamente in grado; ma pochissimi sono capaci di conservare una posizione ben salda all’interno del cerchio di un rapporto quando l’altra persona barcolla, perde l’equilibrio rischiando di cadere, magari al di fuori di quella linea circolare…
Ecco perché credo che persino l’amicizia tra due persone dovrebbe basarsi sulla promessa di starsi vicino e continuare sempre a volersi bene, non solo in ricchezza, in salute, e nella buona sorte, ma anche in tutti i loro più tragici opposti.

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Mai fidarsi dei sentimenti

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Non ci si può mai fidare dei sentimenti: il più delle volte prendono e vanno per conto loro senza neanche avvertirti, senza nemmeno darti ad intendere che piega abbiano intenzione di prendere… Questo è più o meno quello che mi sta succedendo: testa e cuore stanno andando per i cavoli loro, tra l’altro in direzioni decisamente divergenti, con me in mezzo a fare da inutile paletto divisorio nell’infinita lotta tra ragione e sentimento…

Mi è capitata una cosa strana dopo l’ultima volta che ho scritto… Non avevo mai parlato con nessuno di quello che mi passava per la mente, tranne a mio fratello ovviamente [con lui non c’è storia visto che sa vedere dentro di me come nell’interno di un calzino rivoltato] …Il fatto è che mi prodigo nell’ascoltare i problemi degli altri e nel dispensare consigli a chi ne ha bisogno, ma quando si tratta di me non riesco a chiedere lo stesso trattamento… Quando c’è una nube che offusca i miei pensieri, quello che faccio è chiudermi a riccio attorno alla nube nell’attesa che torni il bel tempo sopra di me, o ancor peggio che qualche veggente mi legga la mente e mi aiuti a trovare le risposte per risolvere i miei quesiti esistenziali…

Così non sono sicura di credere e pensare tutto quello che ho scritto l’ultima volta, ma avevo bisogno di farlo, per riuscire magari a trovare tra le righe la chiave per leggere dentro me stessa…

Oh well I don’t mind, if you don’t mind
‘Cause I don’t shine if you don’t shine
Before you go, can you read my mind?

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Indovina chi viene a cena

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Tornata dall’Inghilterra, come al solito sono stata presa da quel particolare senso di nostalgia e di inadeguatezza che caratterizza tutti i ritorni a casa… Avevo bisogno di sapere, una volta tornata, che potevo anche qui sentirmi a casa, per dopotutto la realtà dei fatti è che è qui che vivo, e così ho deciso di invitare a cena i miei amici, quelli a cui tengo di più, cogliendo l’occasione per festeggiare anche il mio compleanno (passato magicamente in Inghilterra)..

Fatti gli inviti, fissata la data, mi sentivo in fibrillazione in attesa dell’appuntamento: finalmente avrei rivisto alcuni dei miei amici più cari che per vari motivi non vedevo da qualche tempo.. Ho passato i giorni precedenti alla data prefissata a scegliere fin troppo puntigliosamente quello che avrei preparato, a comprare gli ingredienti che mi mancavano e a mettere in pratica quello che volevo fare: e dunque avanti con tonnellate di hummus e quantità industriali di salsine varie da mangiare con il pane arabo, e un adorato e adorabile crumble, con dentro anche un pochino di quel rabarbaro venuto dall’Inghilterra che l’altro giorno avevo conservato dal fare la marmellata proprio pensando a questa occasione…

Davvero non stavo più nella pelle quel pomeriggio mentre preparavo tutte queste cose.. non stavo cucinando così tanto per il piacere di farlo, ma per qualcuno a cui tengo! Ero veramente felice come una bimba che gioca alle pentoline quel pomeriggio, quando ho saputo che nessuno sarebbe venuto, ed è stato come se quella bimba avesse scoperto che il suo era solo un gioco e che in realtà nessuno sarebbe stato in grado di mangiare i sui intrugli…
Non ero arrabbiata..no, piuttosto quel pomeriggio mi son sentita più che mai delusa, e credo che ogni speranza o illusione di potermi mai sentire veramente a casa in questo posto sia definitivamente svanita.. Avevo sperato, sognato e creduto che la mia casa sarebbe sempre stata piena di amici che andavano e venivano, e per ognuno ci sarebbe sempre stata una fetta di torta o un cucchiaio di budino, ma questo non è successo e i miei amici hanno più che giustamente vissuto le loro vite, mentre io mi mangiavo il budino…

Avevo bisogno di un momento con i mei amici per consolarmi del ritorno dall’Inghilterra, ho ottenuto l’effetto opposto.. ma almeno mi consola sapere che un posto dove sto bene c’è, anche se purtroppo non è questo…

 

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When you were young

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L’ultima volta che ho scritto molte cose erano diverse da come sono oggi… questo perché ogni giorno è in definitiva fatto di cambiamenti più o meno grandi, oscillazioni e sconvolgimenti che rendono assolutamente variabili gli equilibri della nostra vita…
Cosa è successo in queste settimane?!
. Innanzitutto sono stata mandata in fretta e furia in Inghilterra; non che la cosa mi abbia mai creato alcun problema, anzi, ma era la prima volta che partivo con un risicatissimo preavviso di 2 giorni… E come ogni altra volta, ho semplicemente adorato andarci per tutto quello che amo e apprezzo di questo paese: la gentilezza formale, per cui tutti trovano sempre qualcosa di educato da dire anche nelle occasioni spiacevoli; il pub sotto casa dove posso fermarmi dopo il lavoro anche se sono da sola, e ci sarà sempre qualcuno con cui scambiare due parole davanti a una pint of Flowers Pot; il tè ad ogni ora con un goccio di latte; il fish&chips servito ancora alla moda vecchia, avvolto in un foglio di giornale; il crumble e il flapjack; e mille altre cose a cui non devo pensare se non voglio versare qualche lacrimuccia…

. Ho ricevuto in regalo un nuovo obiettivo per la mia reflex, e questo mi ha reso felice come una bimba al luna park davanti al baracchino dello zucchero filato: saltellavo per la stanza, inscenando ridicoli balletti e canticchiando musiche anni ’80, con mio fratello che mi dava corda ridendo fino alle lacrime..

. Poi sono diventata più vecchia, anche se questo non vuol dire che sia diventata né più matura né più saggia… semplicemente un anno è passato, ma io reclamo ancora il mio diritto a crescere, a imparare, a sperimentare, per capire cosa voglio fare da grande…

E mi sento sfacciatamente fortunata, e mi chiedo se esista per me un piccolo angelo custode pronto a starmi accanto e a regalarmi tutta questa fortuna… Quasi quasi più tardi do un’occhiata in giro, magari che sia nascosto dietro qualche barattolo di marmellata in cucina…

And sometimes you close your eyes
and see the place where you used to live
When you were young

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My Fair Lady

Ecco, stamattina si alzerà e si accorgerà che la sua vita non ha più senso.
Perché poi è sempre questo il trauma di ogni amante respinto: venire a patti con l’affronto rappresentato dal fatto che la persona amata possa vestirsi, mangiare, respirare, parlare, ascoltare una canzone senza avere bisogno di noi, mentre noi non riusciamo a fare nessuna, ma proprio nessuna, di quelle cose senza pensare a lei.

Leggo e rileggo queste poche righe, trovate scritte sulla rubrica domenicale di un quotidiano, e mi accorgo di quanto sia tutto terribilmente vero.. E la cosa mi fa arrabbiare e vergognare: perché sono proprio le persone che con maggior presunzione si dichiarano autonome e indipendenti, le persone che dichiarano a gran voce di star bene da sole e di non aver bisogno di nessuno, che finiscono più rovinosamente per accorgersi di non poter stare da sole, di aver bisogno dell’altro, di soffrire le pene dell’inferno nel momento della separazione, di essere in definitiva “non auto-sufficienti”.. e come per ogni handicap, si trovano a dover accettare in silenzio la loro condizione, perché non comprese appieno dagli altri..dall’altro.

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